La "Venerina" bolognese è una delle repliche più o meno fedeli del modello originale, la Venere dei Medici, che Clemente Susini (1754-1814) eseguì negli anni 1780-1782 a Firenze. L’agonia di una giovane donna viene rappresentata nell’ultimo istante di vita e nel suo voluttuoso abbandonarsi alla morte nella completa nudità. Il torace e l’addome possono essere aperti per permettere la scomposizione delle parti in modo da simulare l’atto della dissezione anatomica. Una dissezione virtuale, da praticare mediante il sollevamento di strati o ‘pezzi’ scomponibili per mostrare vene, arterie, organi interni. Giovane donna, la Venerina porta nel suo ventre un feto - a indicare la potenzialità generatrice del corpo femminile - pur nella completa assenza di ogni segno esterno di gravidanza. L'effetto straniante che la statua produce associando il dettaglio anatomico, scabro e ripugnante, a una flessuosità armonica e sensuale, esprime una precisa scelta scientifica: la sensibilità è una qualità essenziale della materia; la sensibilità - con la gamma diversificata delle sue manifestazioni tra le quali vi è anche la sensualità della Venerina che si concede alla morte - è il centro dell'organizzazione fisica e fisiologica dell'uomo.
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